Il silenzio complice
di Daniela AmentaLunedì, 12 Novembre 2007
Ci sono tragedie più insopportabili di altre. Quelle in cui la verità annaspa, boccheggia. Come in quel maledetto autogrill. Perché? Perché Gabriele è stato ucciso? C’era un’emergenza? Pare di no. Si correvano rischi? Ragionevolmente sembra di no.
Ha sparato un poliziotto. Una carambola di trenta metri. Gabriele è stato colpito mentre era in macchina, il proiettile ha attraversato il lunotto posteriore, lo ha colpito al collo. Cinque minuti di agonia. Inconcepibile. Troppo, davvero troppo. Abbiamo delle domande da porre, prima di dar fiato allo sconcerto. Perché si è fatto fuoco? Chi ha premuto il grilletto sapeva che quel proiettile avrebbe “attraversato” quattro corsie di una delle strade più trafficate d’Italia? Strage sfiorata, dunque, nel silenzio.
Stavolta è il silenzio che indigna. La conferenza stampa del questore di Arezzo ridotta alla lettura del comunicato stampa. Nessuna domanda concessa ai giornalisti. Il silenzio del Viminale. Il silenzio su una domenica improbabile. Un colpo da trenta metri, nel vuoto, senza motivo. Bum, e poi il silenzio. Quanti colpi. Due, dicono, ma per terra i cerchi segnati dal gesso sono di più. Che è accaduto? Silenzio. Lo sparo era ad altezza d’uomo? Silenzio.
Il silenzio rotto dalle lacrime di Cristiano, fratello di Gabriele. Dai tonfi sordi della guerriglia. Il silenzio ipocrita di chi ha scelto di far proseguire il circo, nel Paese dei due pesi e delle due misure. Dieci minuti di retorica greve, e poi lo spettacolo. Troppi portafogli da ingrassare, troppi affari da far girare. Il lutto resta in un angolino, silente e immotivato. Chi ha scelto il silenzio si assuma la responsabilità del disastro, del lutto e della follia.
In questa versione miniaturizzata del G8 sulla A1 non c’è ancora un indagato, non si possono rivolgere domande. Silenzio. Mentre fuori dalla finestra va in scena il delirio. Il silenzio di chi dovrebbe dimettersi, incapace, ma resta al suo posto. Rilasciando alle agenzie di stampa le banalità del caso. Buoni solo a invocare le leggi speciali, il divieto di trasferta, in una storia che non ha nulla a che vedere col pallone. E semmai ne è trasversale, drammatica conseguenza Ma è meglio il silenzio complice o il profluvio di sciocchezze per coprire la tragedia.
Gabriele aveva 28 anni. Bello.
Gabriele è morto per “un errore” che nessuno sa spiegarci.
Senza giustizia nessuna pace. Dovete verità e giustizia alla sua famiglia. Lo dovete a loro. Agli amici di Gabriele. Poi alla Lazio, alle lacrime di De Silvestri. Lo dovete, per non apparire complici o mandanti. Di tragedie, noialtri, non ne possiamo più. Ci paiono, in questa notte di lutto e di dolore, una cifra esistenziale insopportabile. Basta. Basta contare i morti. Basta questa scure. Basta questo subbuglio. Questa rabbia mescolata alle lacrime. Il silenzio della pace è soltanto la giustizia. Gabriele lo merita.
E merita la musica che amava.
Te la dedichiamo noi una canzone, stanotte, Gabbo. Una canzone di Jim Morrison, come una ferita. Bird of pray. Flying high.
Che la terra ti sia lieve.








