Calciopoli 7ª parte - Il calcio nel mirino delle Procure
di Antonio OttavianiGiovedì, 3 Gennaio 2008
Contemporaneamente all’inchiesta di Napoli ci sono altre inchieste sul mondo del calcio: a Parma e Udine si indaga su un giro di scommesse clandestine in cui sono coinvolti, tra gli altri, due calciatori della Nazionale in procinto di vincere i Mondiali tedeschi (Buffon e Iaquinta). In altri tempi questo scandalo susciterebbe grande clamore, ma le prime pagine sono occupate da Moggiopoli e la vicenda passa presto in secondo piano.
A Roma invece corre un’inchiesta parallela che vede l’attenzione degli inquirenti puntata sul fenomeno GEA, il consorzio dei procuratori che ha in mano larga parte del mercato dei calciatori, e il cui presidente è Alessandro Moggi, figlio di Luciano e che annovera tra i suoi componenti altri rampolli eccellenti, come Davide Lippi, Riccardo Calleri e Chiara Geronzi. I Procuratori di Roma, che per non pestarsi i piedi con gli inquirenti di Napoli stabiliscono di comune accordo con quelli le proprie linee d’indagine, scelgono una strada diversa e più aderente al vero: individuano la finalità dell’associazione a delinquere nell’illecita concorrenza, attuata con minacce e violenza privata.
Anche la metodologia è diversa: Palamara e Palaia non rilasciano interviste e conferenze stampa televisive, non danno pubblicità ai documenti in loro possesso e non fanno filtrare indiscrezioni dagli interrogatori che vengono quasi tutti secretati. In silenzio conducono un’indagine la quale, a livello penale, sicuramente sarà più fruttuosa rispetto a quella napoletana.
L’inchiesta romana sulla GEA è infatti in grado di delineare meglio il quadro di quello che è stato il calcio italiano nell’era-Moggi: un duopolio Juventus-Milan nel quale alla Juventus spettava il controllo del mercato dei calciatori (e le relative provvigioni sui trasferimenti) grazie all’attività della GEA e al Milan, tramite il suo ad Galliani, il controllo del mercato dei diritti televisivi grazie alla sua posizione di Presidente di Lega e ai suoi legami con Mediaset.
Non va dimenticato che i diritti televisivi costituiscono la voce principale dei ricavi delle società di calcio e in definitiva la vera “torta” da spartire e sui cui sarebbe stato opportuno soffermarsi da parte dei magistrati, per individuare le distorsioni alla concorrenza derivanti dalle sperequazioni della distribuzione di questi copiosi proventi.
In altre parole, gli arbitri “sapevano” che dovevano decidere “in dubio pro Juventus” o “pro Milan” se volevano fare carriera, grazie al rapporto esclusivo che aveva Moggi (ma anche il “delegato” Meani) con i vertici arbitrali.
Moggi, attraverso GEA controllava il mercato calciatori (e le relative provvigioni sui trasferimenti), Galliani controllava la distribuzione dei proventi dei diritti televisivi attraverso Mediaset, gli altri (tutti, non solo Della Valle e Lotito) si arrabattavano come potevano quando si trovavano con l’acqua alla gola.
Sono cose che tutti sapevano e che si svolgevano attraverso legami noti a tutti (Moggi-Gea, Galliani-Mediaset), che in un paese dove il “conflitto d’interessi” non fosse stato (e forse è ancora) visto come regola di governo, sarebbero state da tempo non consentite, senza bisogno di alzare un polverone con quest’inchiesta pasticciata. - (continua) -








