Comunicare

di Liguori & Smargiasse

Venerdì, 7 Marzo 2008

stampa.jpgLa Lazio, innegabilmente, ha un problema storico con i media italiani. Il silenzio stampa con tutta evidenza non può rappresentare, in nessun modo, la soluzione di questo problema. Il silenzio stampa tutt’al più può contribuire a diffondere consapevolezza sul rilievo che questo problema gioca sulla vita quotidiana della Lazio. La soluzione del problema invece è tutta da costruire, partendo da una riflessione attenta sulla natura delle difficoltà che la Lazio trova nei rapporti con i media.

Schematicamente, possiamo dividere i media con cui la Lazio si deve rapportare in tre grandi gruppi: (a) le grandi testate nazionali, sportive e non solo (dalla Gazzetta dello Sport a la Repubblica, per esempio, da la Domenica sportiva a Sky sport, dal Corriere della Sera a Mediaset sport); (b) i grandi media romani a diffusione nazionale (il Messaggero, il Corriere dello Sport, Radio Radio, il Tempo, ecc); (c) i media locali (le radio, le televisioni, i siti internet, i fogli da stadio, ecc.). Si tratta di universi insieme contigui e separati, ciascuno con specificità proprie che è bene non ignorare e non sovrapporre.

Il rapporto con i media compresi nel gruppo (a) è, se vogliamo, quello più semplice da leggere. Juventus, Milan e Inter raggruppano il 70 per cento e oltre dei tifosi italiani: è logico quindi che la comunicazione della grande stampa privilegi proprio loro. A queste tre squadre di volta in volta si aggiunge, senza mai raggiungere il medesimo peso specifico, chi tra questo o quel club riesce a indovinare la stagione. In questo senso la Lazio non fa eccezione, il biancoceleste vale il viola o il blucerchiato, l’azzurro del Napoli o il granata del Torino. Il problema della Lazio qui dunque è una questione generale del calcio italiano, è il problema delle squadre a cui viene negata la prima pagina, delle squadre che in televisione – per dirla con Alberto Sordi – vengono relegate “al tempo der bruscolinaro”, che vedono il loro racconto affidato al sarcasmo, all’incompetenza o addirittura alle provocazioni di questo o quel mezzobusto.

Nel rapporto con i grandi media cittadini la Lazio ha una sua specificità che la distingue invece da tutte le altre società come lei discriminate dai grandi media nazionali. Perché la Nazione offre ai tifosi viola quella attenzione e quello “spirito di parte” che gli viene negato altrove. Cose queste che il Bologna trova nel Resto del carlino, il Napoli nel Mattino, il Genoa e la Sampdoria, in pari misura, nel Secolo XIX. E così via. La Lazio invece tutto quello che deve augurarsi è che il Messaggero, il Corriere dello Sport o il Tempo siano troppo impegnate a seguire le vicende di qualcun altro per trovare il tempo di occuparsi anche di lei. Quando è in gioco la Lazio, lo spirito di parte della stampa cittadina tende sempre a risolversi in spirito della controparte. Diciamo solo questo: se i giornalisti delle testate comprese nel gruppo (a) si occupano della Lazio con il trasporto con cui un astemio si aggira tra i padiglioni del Vinitaly, quelli che i giornali romani inviano a Formello raccontano la Lazio con l’animo del bambino a cui invece della nutella si offre una merendina con la composta di frutta. Ma non c’è niente di casuale in tutto questo, la gestione della comunicazione è lo strumento essenziale per controllare l’orientamento del tifo cittadino e i flussi economici che ne conseguono. La Lazio paga da ottanta anni la sua scelta di libertà. Del resto, il prezzo della libertà i tifosi della Lazio lo pagano da sempre con orgoglio.

Questo vuoto, questo eco distorto e profondamente inaccettabile, nell’ultimo quarto di secolo, parallelamente alla nascita delle cosiddette radio e tv libere, ha offerto l’occasione per lo sviluppo, informe e incontrollato, di una comunicazione locale disegnata a misura per i tifosi della Lazio (ma la cosa, è evidente, non riguarda solo la Lazio). Un magma tanto incandescente di tifo quanto carente di professionalità (carenza spesso orgogliosamente rivendicata, peraltro: una trasmissione molto seguita nell’etere romano si chiamava Prossimamente addetti), è riuscito, con il passare degli anni a colmare uno spazio colpevolmente lasciato libero. La fase eroica e creativa - che pure c’è stata - ha avuto però vita breve. La crescita del volume d’affari prima e la comprensione poi del valore politico di uno strumento capace di parlare quotidianamente a centinaia di migliaia di persone, hanno modificato radicalmente l’insieme del quadro. La comunicazione è diventata sempre più autoreferenziale, la ricerca continua dell’audience e del consenso hanno spinto alla elaborazione di un linguaggio (è qui che nasce, ad esempio, la parola lazialità) e alla codificazione di un sistema di valori sempre più mutuato, più o meno opportunisticamente, dalla cultura ultras. Perdendo di vista la natura ricca, complessa e anche contraddittoria di una Lazio che, nella sua storia e nel suo profilo reale, va ben al di la – tanto per dire - delle risse ai tempi di Tommaso Maestrelli o dell’impresa del meno nove.

Le vicende degli ultimi anni hanno spinto l’insieme di questa comunicazione su posizioni apertamente e radicalmente ostili agli attuali assetti societari. Al di là dei fastidi che tanti tifosi provano ascoltando le radio o guardando le tv, l’evidenza di questa questione non è necessariamente un male, perché il problema di un affrancamento della Lazio dalle forme e dalla sostanza di questo tipo di comunicazione era ormai inequivocabilmente sul tappeto. Si torna dunque alla radice del problema: alla necessità cioè per la Lazio, ben oltre qualsiasi silenzio stampa, di elaborare idee, forme e strumenti autonomi che le consentano di entrare in rapporto dialettico - e quindi non più unicamente nelle forme della subalternità - con la grande stampa nazionale, con la grande stampa romana e anche con quei frammenti della comunicazione locale che saranno capaci di risollevarsi dagli abissi in cui sembrano precipitati. Alla necessità soprattutto di tornare a comunicare con l’insieme grande e prezioso della gente laziale.

Guido Liguori
Antonio Smargiasse

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