Addio alle armi
di Liguori & SmargiasseDomenica, 16 Marzo 2008
Il prossimo derby offrirà una occasione importante per rendere omaggio alla memoria di Gabriele Sandri. La morte di Gabriele è una ferita difficile da sanare, il suo omicidio è un atto intollerabile per la nostra coscienza civile. I fiori e le iniziative che uniranno i famigliari di Gabriele, i giocatori delle squadre romane, le decine di migliaia di tifosi presenti sugli spalti e i milioni di spettatori che il derby lo seguiranno in tv, sono il segno forte dell’impegno a non dimenticare, della volontà di mantenere vivo il ricordo e desta l’attenzione. I provvedimenti giusti e fermi che la società civile attende da parte dello Stato non sono né emendabili né negoziabili.
Il papà di Gabriele ha deciso, lui laziale, di seguire un tempo della partita in curva sud. Come ringraziamento per la vicinanza che tanti tifosi giallorossi hanno manifestato alla sua famiglia in questi mesi di dolore straziante; e soprattutto come segno del superamento delle barriere e delle divisioni, sempre più anacronistiche, che separano il tifo cittadino. Da parte loro, i capitani della Lazio e della Roma, prima del fischio d’inizio della partita, porranno dei mazzi di fiori davanti alla immagine di Gabriele che ormai abitualmente connota la Curva Nord. La Curva Sud ha deciso di aprire le porte commossa e partecipe alla scelta di papà Sandri. La Nord assisterà con gratitudine e rispetto all’omaggio tributato dal capitano romanista a quel ragazzo a cui si è voluto impedire di emozionarsi ancora per i colori biancocelesti. Applausi dunque alla Curva Nord e alla Curva Sud. Che hanno scelto la distensione, che trattano da amico il nemico di ieri, che lasciano prevalere la concordia sulla faziosità e lo spirito di parte.
Tuttavia, le forme di questa celebrazione – va ripetuto, giusta, importante, potremmo dire persino doverosa – portano nel loro interno il segno di una possibile contraddizione sulla quale è necessario fare chiarezza. L’impressione infatti è quella di due eserciti contrapposti che, per decisione autonoma, mettono da parte le armi e scelgono (quanto temporaneamente?) la pace e la convivenza civile. Se questa impressione dovesse corrispondere alla realtà, rischieremmo di trovarci di fronte non tanto a un reale passaggio qualitativo nella storia del tifo di curva della nostra città, quanto alla ricerca di nuove forme di legittimazione per un movimento ultras che, a Roma e nel resto d’Italia, sta attraversando un momento di profonda crisi. Quello che serve non sono due eserciti che scelgono la pace, quello che serve è il disarmo reale, tendenzialmente totale e definitivo, della Curva Nord e della Curva Sud. Disarmo da non intendere, poveramente, come la messa in soffitta, pure auspicabile e importante, dei coltelli, delle spranghe, delle aggressioni alle persone, dei sassi ai pullman. Servono passaggi più radicali e profondi, serve l’abbandono di una cultura della separatezza, dell’alterità, della contrapposizione forzosa. La curva come fortino da difendere e da cui partire per l’assalto dei fortini avversari deve essere messa definitivamente alle spalle.
Applaudire il capitano avversario perché omaggia un tuo amico assassinato serve a ben poco se subito dopo, o magari la partita prima o quella successiva, si canta “romanista ebreo” oppure si continua mettere in rima “pistola” con “libro di scuola”. Ospitare un tifoso laziale in quella che si reputa la propria casa (a torto peraltro, perché la curva è un luogo pubblico), non può nascondere anni di lavorio quotidiano per irridere e denigrare un’intera tifoseria avversaria cui si vuole distorcere il profilo e persino negare l’identità. Firmare una pace, soprattutto, non può servire per unire la curva laziale e quella romanista contro polizia e carabinieri. Un solo coro “la disoccupazione ti ha dato un mestiere…” svelerebbe la natura falsa, pelosa e fondamentalmente opportunistica dei buoni sentimenti messi reciprocamente in mostra prima della partita.
L’auspicio è che la celebrazione della memoria di Gabriele sia un passo, il più importante, quello decisivo, di un più generale processo di trasformazione del modo di vivere il calcio, il tifo, la curva da parte di migliaia di giovani. È arrivato il momento di dire addio alle armi. Non per disertare, non per tradire i propri ideali, semplicemente scegliendo di coniugare passione calcistica, rispetto per gli altri e convivenza civile. La guerra è finita. Prima se ne prende atto, meglio è. Per tutti.
Guido Liguori
Antonio Smargiasse








