Tra Bikila e Soros

di Liguori & Smargiasse

Sabato, 19 Aprile 2008

george_soros.jpgNon bastassero la classifica, il rilievo mediatico, i toni della comunicazione, il peso specifico attribuito agli uni o agli altri dall’economia e dalla politica locale e nazionale, a differenziare gli orizzonti delle due squadre romane ecco che irrompe sulla scena giallorossa, roboante e luminoso come un lampo che spacca lo spessore dell’afa, il profilo del magnate statunitense George Soros. E così, mentre su una sponda del Tevere si ragiona (o si sogna) – più di quanto si sia soliti fare normalmente – su un futuro radioso e ricco di investimenti e di successi, sull’altra pesano prospettive caratterizzate dalla fragilità, dall’incertezza, dalla scarsità delle risorse disponibili. Per riprendere una metafora cara al presidente della SS Lazio, Wall Street da una parte, i piedi senza scarpe di Abebe Bikila dall’altra. Con un esito del confronto che, contrariamente a ogni ottimismo della volontà, non lascia spazio a speranze di nessun tipo per la sponda laziale. L’impressione però è che questa rappresentazione, al di là di quanto essa sia poi funzionale ad alimentare quell’immaginario che vuole comunque collocare la Lazio in una dimensione subalterna nel calcio capitolino, appartenga a una visione vecchia del nostro calcio, una visione datata, superata, lontana dalle dinamiche reali di cui si nutre la realtà. Quella del miliardario che per amore di una squadra mette sul piatto il suo patrimonio e non bada a spese pur di soddisfare il desiderio dei tifosi e di accrescere il potenziale tecnico della squadra, è una immagine retorica che non trova conferme nel calcio contemporaneo. Con l’eccezione del Chelsea di Roman Abramovich. Ma anche lì, di disinteressato c’era ben poco. Nel calcio industriale di oggi le spese si chiamano investimenti: Abramovich è stato uno degli ambasciatori più importanti nell’Occidente europeo della Russia post-sovietica. Un investimento in immagine, un’apertura di credito ai capitali di un paese attraversato da trasformazioni radicali. Per tutti gli altri club, per lo più inglesi, l’ingresso di capitali stranieri si è risolto in un evidente investimento economico, finalizzato agli utili finanziari piuttosto che a forme di malcelato mecenatismo. L’ingresso eventuale di Soros, dunque, o comunque di capitali stranieri nel calcio italiano, per essere letto correttamente, andrebbe inserito nell’avvio di un processo di trasformazione del nostro calcio.

Perché il nodo della questione sta esattamente qui: nella capacità del calcio italiano di entrare pienamente in una fase industriale, di divenire cioè un settore produttivo in grado di dare valore ai suoi investimenti, nella volontà di uscire dalle secche dell’assistenzialismo politico e amministrativo (dai condoni fiscali agli stadi in concessione dai comuni, e così via), nella determinazione che saprà mettere in campo per riuscire a svincolare la propria economia dall’abbraccio esclusivo dei network televisivi. Su questo fronte, il “soggetto potenzialmente interessato” – questa la dizione usata nell’ultimo comunicato della Italpetroli – all’acquisto dell’AS Roma, inciderà sugli scenari del calcio italiano (oltre che romano) non tanto per il peso del suo portafoglio, quanto per il dinamismo che saprà innestare a questi processi di rinnovamento. In sostanza, senza progetti e innovazione il calcio italiano potrebbe continuare a rivelarsi il pozzo nero che è stato in questi decenni, capace di assorbire anche il più ingente dei patrimoni rendendo poco o nulla in termini di successi e ancora meno in termini di profitti. Come sembrerebbero dimostrare, del resto, le vicende patrimoniali della famiglia Sensi. Serve un cambiamento profondo, servono riforme, servono iniziative e leggi ad hoc per frantumare privilegi e incrostazioni sedimentate in più di cento anni di storia. Ma sono le stesse riforme, leggi e iniziative che, a ben vedere, potrebbero consentire ad Abebe Bikila di comprarsi un paio di scarpe nuove di zecca così da gareggiare alla pari (o quasi) con tutti gli altri. Intorno al passaggio di proprietà della AS Roma, ad esempio, si sta sviluppando – incredibile, davvero… – un animatissimo dibattito sulla necessità di stadi di proprietà per le squadre romane. Ecco, seguendo con attenzione questo dibattito forse si può capire meglio cos’è che sta accadendo. O cosa potrebbe accadere.

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