La Domenica dei risultati bugiardi
di Gino GuarisiLunedì, 5 Maggio 2008
Se c’è una costante ad accomunare molte gare odierne è proprio la distanza, talvolta abissale, che separa l’andamento del match dal suo più stringente riassunto numerico.
Fa eccezione il derby della Madonnina, che regala ai rossoneri un concentrato di emozioni difficilmente ripetibile: ritorno alla vittoria nella stracittadina dopo due anni; festa scudetto avversaria rinviata, evitando così lo sberleffo di assistervi sul campo; quarto posto in solitudine, prospettiva utopistica solo qualche domenica fa.
Al mesto pomeriggio dei nerazzurri contribuisce di persona Mancini con la mossa Crespo, che lascia i suoi in un’inferiorità numerica di fatto: il confronto con lo spezzone finale di Balotelli, cui si devono gli unici sussulti, parla da solo.
Fallita, ma per meriti avversari, anche la quasi-marcatura a uomo di Maniche su Pirlo: l’Inter perde un uomo a centrocampo, mentre Gattuso e Ambrosini spostano in avanti il settore di avvio della manovra con un pressing forsennato, inventandosi il Milan meno Pirlo-dipendente degli ultimi anni.
Il resto è una storia di individualità ritrovate, dal mortifero Inzaghi ad un Kakà a tutto campo: lo aiuta il connazionale Maicon, avventurandosi ripetutamente in disimpegni suicidi nella stessa, rischiosissima zona di campo. Fra i rossoneri segno meno solo per Kalac, a corto persino dei fondamentali nel piazzamento sui calci da fermo.
Davvero “bugiardo come una lapide”, invece, il punteggio di Marassi, dove i doriani mancano la goleada nel primo tempo ingigantendo la prestazione di Doni con approssimazioni ed errori al limite del comprensibile: la loro partita finisce al gol di Panucci, cui Mazzarri reagisce solo sbilanciando la squadra in maniera scriteriata, e a quel punto il finale è già scritto.
Perde quota la Fiorentina, ormai unica alternativa per il rimanente posto in Champions League (Inter e Roma direttamente ammesse e Juventus ai preliminari sono verdetti sanciti dalla matematica): troppo lanciato il Cagliari, virtualmente salvo, e anche i postumi della bruciante eliminazione in Coppa non aiutano.
L’altro fronte caldo, quello della lotta salvezza, registra la definitiva uscita di scena (in positivo) di Siena e Lazio: gli uomini di Beretta coronano una rimonta da applausi contro una Juventus sul cui atteggiamento è preferibile non spendere parole; i romani si ritrovano blindati a quota 40 da una buona classifica avulsa nonostante l’ennesimo rovescio casalingo.
Nulla a che vedere, va detto, con la sconcia esibizione dell’Olimpico torinese: i biancocelesti giocano, passano in vantaggio contro un Palermo in campo quasi controvoglia, meritano nel complesso i tre punti e li smarriscono su due palloni qualunque. Più di qualche parametro misurabile incide il male oscuro che li ha attanagliati per l’intera stagione: scarsa personalità, periodici black-out, problemi fra tecnico e giocatori o che altro? Di certo la risposta al quesito è la pietra angolare su cui edificare la Lazio del prossimo anno.
Boccate d’ossigeno a pieni polmoni anche per il Torino, a segno contro il Napoli, e ancor più per la Reggina, che incamera un altro fondamentale scontro diretto sbancando il Cibali: il Catania di Zenga produce più gioco e non merita la sconfitta, ma le distrazioni che agevolano la doppietta di Amoruso sono davvero a livelli amatoriali.
Mai, comunque, quanto la gaffe di Balli sulla conclusione dell’udinese Quagliarella: cosa intendeva fare? E, soprattutto, dove sarebbe l’Empoli con un portiere appena affidabile? Giovinco calcia malamente un rigore non proprio limpido, e anche qui una prestazione di buon livello va in fumo: insieme, forse, alla stagione di Vannucchi e compagni, poiché anche un bottino pieno contro Reggina e Livorno potrebbe non bastare.
Appeso a un filo il Parma grazie al successo di misura sul Genoa, mentre gli amaranto del rientrante Orsi perdono (definitivamente?) contatto a Bergamo, ma la vera differenza fra le due è data dall’avversario: non troppo interessati all’esito dell’incontro i ragazzi di Gasperini, assai più in partita l’Atalanta che rimette la testa avanti dopo aver incassato la doppia e disperata rimonta dei labronici.
Alcuni dei quali “festeggiano” Padoin, autore del 3-2 finale, inseguendolo nel tunnel degli spogliatoi con un atteggiamento in odore di linciaggio. Le colpe? “Accanimento” e “crudeltà”, consistenti nell’avere continuato a giocare nonostante le scarse motivazioni di classifica.
L’ennesimo, splendido esempio di cultura sportiva. Con la “q” maiuscola, naturalmente.








