Cristiano Sandri: Indagini corrette ma per ora paga solo la mia famiglia
di Gianluca La PennaDomenica, 11 Maggio 2008
“Mio fratello era un manifesto della gioia di vivere”. Cristiano Sandri, con la Fondazione che porta il nome del fratello Gabriele e con la forza del suo sorriso, continua senza sosta a rispondere agli inviti che gli arrivano da tutta Italia per promuovere le iniziative contro la violenza. A sei mesi dall’omicidio di Gabbo (avvenuto l’11 novembre all’autogrill di Badia al Pino con due colpi esplosi dall’agente Luigi Spaccarotella, ndr), incontriamo Cristiano a Formello, ospite d’onore del convegno ‘Fair Play’, organizzato dalla Onlus ‘Il melograno’, presieduta dal giornalista Giovan Battista Brunori, moderatore dell’incontro.
Cristiano, quanto sono importanti incontri come quello odierno dedicati alla lotta alla violenza?
“I giovani possono trarre insegnamento da eventi come questi. Bisogna dare loro un messaggio positivo perché sono il futuro del nostro Paese, è importante soprattutto in un momento in cui si sentono sempre più episodi di cronaca che vedono protagonisti dei giovani che in qualche modo invece di convivere con il loro prossimo cercano di sopraffarlo. Questo non dovrebbe accadere e il messaggio deve essere anche quello di convivere con il più debole e cercare in qualche modo di aiutarlo”.
Lo sport viene considerato una palestra di formazione per i più giovani, eppure durante le manifestazioni sportive accadano fatti violenti: qual è l’anello mancante?
“Sono fatti attuali già da molto tempo. L’anello mancante va ricercato nel modo di gestire le proprie passioni, se ci riferiamo al calcio ad esempio. Ma le colpe non vanno fatte ricadere unicamente nel tifo, infatti la repressione costante quale unico mezzo di contrasto, come abbiamo avuto modo di constatare, ha fallito rispetto ai risultati attesi. Sarebbe opportuno invece un confronto con chi quotidianamente vive il tifo, le curve”.
Sono passati 6 mesi dall’uccisione di tuo fratello Gabriele.
“La vita ti cambia per sempre. Io cerco di immaginare che Gabriele non mi abbandoni mai, questo aiuta me e la mia famiglia ad affrontare ogni giorno. Noi proviamo a credere che Gabriele sia ancora con noi e questo ci dà la forza per andare avanti”.
La Famiglia Sandri è soddisfatta del modo nel quale sono state condotte le indagini?
“Si sono concluse celermente come doveva essere e come i fatti in se richiedevano, perché era talmente facile la ricostruzione della dinamica che non potevano che finire in questi tempi. Gli ultimi eventi come famiglia ci hanno un po’ lasciato perplessi, specie il fatto che tutti i protagonisti della vicenda di mio fratello si trovino al loro posto. Penso all’agente Luigi Spaccarotella che s’è macchiato di un delitto gravissimo e non ha subito neanche un provvedimento disciplinare ( è stato trasferito alla Polfer di Firenze dove svolgerà mansioni amministrative in ufficio, ndr); mi riferisco al questore di Arezzo, Vincenzo Giacobbe, che purtroppo, in qualche modo, non ha contribuito alla chiarezza dei fatti quando gli stessi erano noti dalle 9,30 del mattino, sostenendo la tesi dei colpi sparati in aria. Assistiamo come famiglia a questa calma piatta dopo aver subito una perdita così dolorosa”.
Nelle indagini non si è mai parlato delle riprese che, laddove effettuate tanto dall’autogrill quanto dalla stazione di servizio, avrebbero potuto dare un contributo determinante all’accertamento della verità. Il luogo da dove l’agente ha esploso i due colpi è un punto inquadrato dalle telecamere?
“Come difesa a livello processsuale, finchè non viene notificato l’avviso di fissazione dell’udienza preliminare, non possiamo accedere agli atti. Sappiamo che al momento non ci dovrebbero essere agli atti riprese video del frangente in cui l’agente ha sparato”.
La ritieni un’anomalia o la consideri una fattispecie plausibile, data anche latua esperienza da avvocato?
“Una risposta in senso univoco non la posso dare perché sinceramente non so se le telecamere dell’autogrill potessero inquadrare il luogo da cui sono stati esplosi i colpi. Non so neanche se delle immagini siano mai state acquisite”.
Ritieni che sia caduto l’interesse dei media dopo la grande attenzione iniziale suscitata dall’omicidio di Gabriele?
“Questa è una constatazione amara che faccio. A noi però l’attenzione mediatica interessa relativamente, per noi conta soprattutto che tutta la gente – fatto che nella maggior parte dei casi è avvenuto – non perda di vista la vicenda di Gabriele perché si tratta di una pagina nera della nostra società. Non dobbiamo mai dimenticare che si tratta di un episodio di violenza, inammissibile soprattutto da parte chi ci dovrebbe tutelare. L’analisi su ogni episodio di violenza andrebbe fatta sempre, senza fare distinzioni tra morti di serie A e morti di serie, ecco perché la Fondazione di Gabriele si occuperà della violenza perché la stessa è connaturata ad ogni aspetto della società. L’attenzione sulla morte di Gabriele deve essere alta affinchè sia un esempio di giustizia vera perché, indipendentemente dalla professione che si esercita, valga la scritta che campeggia nei tribunali: “La legge è uguale per tutti”.
Come prosegue il lavoro della Fondazione?
“Nata dalla volontà della mia famiglia e dell’ex sindaco, Veltroni, in questo momento, per cause che non dipendono da nessuno, nella pratica è ferma. Essendoci state le elezioni l’attività è stata frenata perché alcuni aspetti pratici per essere espletati necessitano dell’approvazione del nuovo consiglio comunale. La Fondazione richiede grande impegno perché tutti fanno riferimento a me e non è semplice dar seguito a tutte le richieste, sempre gradite e sempre importanti”.
Ti piacerebbe quindi continuare con il neo sindaco Alemanno il percorso intrapreso con Veltroni?
“La Fondazione non nasce sotto nesssuna bandiera calcistica ne’ colore politico. Per me sarà un piacere collaborare con il nuovo sindaco”.
E’ appena uscito il libro di Vittorio Pezzuti “Applausi e sputi. Le due vite di Enzo Tortora”, sulla tragedia personale che 25 anni fa portò il conduttore televisivo in carcere, da innocente. Pensando all’assurda morte di Gabriele, da avvocato ti chiedo: cosa è cambiato nella gestione e nel funzionamento della giustizia italiana in questo quarto di secolo?
“Il caso Tortora l’ho vissuto leggendo a posteriori perché ero molto giovane allora. Però, facendo uno stretto parallelismo tra chi ha subito in modo così violento e feroce una giustizia che si è accanita contro questa persona in modo sbagliato, lascia un po’ perplessi il pensiero che invece nella nostra vicenda c’è un colpevole, ci sono testimonianze, c’è un evento così grave e anomalo nel suo sviluppo e le cose non sono cambiate per nessuno, tranne che per la mia famiglia che ha subito una perdita così atroce”.








