Codice del disonore
di Gino GuarisiLunedì, 19 Maggio 2008
Tanto tuonò che piovve: dopo mesi di dominio e uno psicodramma dai contorni grotteschi, il tricolore rimane nella Milano nerazzurra al termine di un pomeriggio nel quale la pioggia è assai più di una metafora.
Brutta Inter, psicologicamente assediata dal vantaggio di Vucinic a Catania e seconda in classifica per quasi un’ora: l’avvio a tamburo battente del Parma – al passo d’addio dopo 18 anni di serie A – la mette alle corde, recuperare e impostare richiede sempre uno sforzo e un attimo in più, le conclusioni risultano scarse o mancate per errori elementari. A tenerla in vita provvedono le martellanti discese di Maicon sulla destra e, soprattutto, l’imprevedibilità di Mario Balotelli.
L’attaccante di origine ghanese stupisce anche per l’atteggiamento, nel quale è cresciuto a vista d’occhio in poche settimane: da giovane un po’ troppo arrembante a folletto tremendamente concreto e pronto a prendersi non poche responsabilità. Un leader a pieno titolo, e ancor prima di raggiungere la maggiore età.
Neppure lui, però, sarebbe bastato senza l’intervento di Mago Ibra, tornato disponibile proprio per l’occasione: con lui in campo comincia un’altra partita, diversa anche nel risultato grazie alla sua doppietta. A costo di cercare il pelo nell’uovo, nel giorno del trionfo c’è tutta la personalità dello svedese, difetti compresi: fosse finita diversamente, cosa diremmo della sua caparbietà nel cercare la soluzione individuale a tutti i costi, ignorando ogni altra opzione? Per quanto cammini su ben altri piedi, è lo stesso narcisismo che una settimana fa spinse Materazzi alla poco memorabile esibizione dal dischetto: il gol da copertina come obiettivo personale, anziché collettivo.
Confermate le gerarchie della settimana precedente anche in chiave Champions: la Fiorentina stenta un tempo contro un Torino già salvo, trema per un paio di prodezze di Sereni e per una palla che sembra non voler entrare prima di trovare il gol della liberazione con Osvaldo.Pregevole ed estratta dal cilindro al momento giusto la prodezza dell’argentino, che ha sfruttato la doppia cittadinanza per scegliere la maglia azzurra dell’Under 21: con lui, Giovinco, Acquafresca, Giuseppe Rossi e l’imminente ingresso di Balotelli, il futuro del nostro calcio sembra davvero in buone mani.
Inutile la rimonta del Milan, a valanga sull’Udinese nella giornata dei commiati: a Serginho, a Cafù (con gol), alla massima competizione continentale. Nulla di drammatico per i rossoneri: casomai una notizia per le gerarchie della corsa scudetto, che a Milanello ridiventerà dopo parecchi anni una priorità. E, sia detto a onore dei viola, un verdetto tecnicamente ineccepibile.
Gol e spettacolo nelle altre gare, con una gradevole concentrazione di prodezze: la preferenza di chi scrive va all’aggancio in corsa con pallonetto – tutto senza che la palla tocchi terra – dell’atalantino Floccari contro il Genoa, ma sono in tanti a meritare un replay.
Non dispiace, nel deserto dell’Olimpico, la chiusura di stagione della Lazio: assist di Mauri, altro sigillo di Firmani, comprimari e seconde linee che all’improvviso non sembrano neppure così male. Titoli di coda agrodolci, insomma, all’insegna di ciò che poteva essere e non è stato: toccherà all’immediato futuro gestionale stabilire se si è trattato di un anno buttato o di un’esperienza propedeutica, proprio perché ricca di errori da cui imparare.
Finale amarissimo, invece, al Cibali, perché sconfessa brutalmente uno dei pochi valori recuperati nella stagione in corso: la decorosa presenza in campo delle formazioni senza interessi di classifica.
Dopo il 2-0 di Ibra, che rende del tutto superflua la vittoria di Mexès e compagni, i giocatori etnei cominciano a reclamare senza neppure nascondersi quel gol del pareggio che consentirebbe loro di distanziare l’Empoli, sin lì salvo grazie ai tre punti contro il retrocesso Livorno e ai confronti diretti coi rosso-azzurri.
Materiale a pieno titolo per l’Ufficio Indagini, dunque, ma il peggio arriva fuori dal campo: panchinari, tesserati, presenti più o meno abusivi circondano letteralmente il terreno di gioco, mentre monta un clima intimidatorio e i dirigenti ospiti vengono messi in fuga dalle tribune. Ottenere punti da chi non ne ha più bisogno non è più una già deprecabile abitudine, ma addirittura il più sacro dei diritti difeso a spada tratta: e chi se ne frega se certe logiche falsano un verdetto cruciale, a danno di una compagine terza.
Catania meritava di essere difesa all’indomani del caso Raciti, quando fu oggetto di una sanzione spropositata e di un autentico linciaggio come se i tafferugli – beninteso, al di là del loro tragico epilogo nella circostanza – fossero una sua prerogativa. Non lo merita più nella giornata in cui la città retrocede moralmente.








